
Gennaro Gattuso
"Ci metto la faccia"



Distinguere il calciatore dal tecnico
Nessuno mette in discussione il campione del mondo, ma la sua traiettoria in panchina sembra guidata da un magnetismo per i contesti sull'orlo del baratro. Gattuso non ha mai smesso di essere quella persona pronta ad incassare, allacciarsi l'elmetto e scendere “in trincea”.
L'interrogativo, oggi, è inevitabile: è lui a cercare il caos per esaltare la propria etica del lavoro, o sono le società disperate a sfruttare l'icona dell'uomo duro per placare le piazze, usandolo come scudo mediatico e mandandolo puntualmente al macello?




Dopo le prime tappe tra Sion e Palermo, la sua natura emerge in Grecia all’OFI Creta. In un club sommerso dai debiti e con i calciatori senza stipendio, entra nella storia con la sua iconica e infuocata conferenza stampa, diventata meme:
“Sometimes maybe good, sometimes maybe shit“,
ergendosi a difesa dei tesserati prima del definitivo fallimento societario.




Il ritorno in patria
Tornato in Italia, il copione si ripete a Pisa: conquista sul campo la Serie B, ma finisce ostaggio di una gestione al collasso tra scioperi e stipendi congelati, fino a una dolorosa retrocessione condita da penalizzazioni.
Poi arriva il Milan nel pieno della “Banter Era” sotto la nebulosa gestione cinese, e in seguito il Napoli post-ammutinamento.
In entrambe le piazze Rino lavora bene, sfiora la Champions e regala ai partenopei la Coppa Italia 2020, ma l'epilogo resta amaro, fino al freddo esonero su Twitter, firmato De Laurentiis.




La quiete prima della tempesta
Tra il divorzio lampo con la Fiorentina dopo soli 23 giorni e le parentesi con Valencia e OM, emerge il vero paradosso della sua carriera.
Quando si trova in contesti dove servirebbe programmare con calma e costruire nel tempo, il meccanismo si inceppa. Gattuso sembra dare il meglio solo quando c'è da domare la tempesta perfetta, mentre fatica ad accendere la solita carica quando il mare è calmo.
L'unica apparente oasi di pace arriva in Croazia con l'Hajduk Spalato, chiuso al terzo posto dopo aver lottato fino all’ultimo per il titolo. Sembra potersi, dopo tanti anni, rilanciare con un club ma...




arriva la chiamata della Nazionale italiana, piombata nel punto più basso e cupo della sua storia recente. Gattuso risponde presente, accetta la sfida senza esitazione e indossa per l'ennesima volta gli abiti del parafulmine di un intero movimento calcistico in macerie.
Prova ad infondere grinta e senso d'appartenenza ad un gruppo smarrito, una parabola drammatica, destinata a infrangersi brutalmente contro la Bosnia nel triste e definitivo epilogo dei playoff.
Infine la Lazio, un ambiente in aperta contestazione da anni contro la proprietà Lotito e una stagione iniziata a metà agosto con l'immediata eliminazione dalla Coppa Italia al primo turno, non accadeva da 60 anni.
Rimane il dubbio se quella di Gattuso sia una vocazione quasi masochistica alla sofferenza o se, al contrario, il calcio continui a usare l'icona di “Ringhio” per coprire le macerie dirigenziali dietro la maschera della grinta e del carattere.




È la grande contraddizione della sua carriera. Gattuso finisce sempre per essere ostaggio di un'indole che lo divora, rendendolo insofferente alla normalità.
Perché un parafulmine non serve a niente quando c'è il sole.



