Speciale Salva Ferrer

Intervista esclusiva a Salva Ferrer in occasione della 5° edizione della sagra Spezia Calcio Popolare a Beverino

tackle - 10/07/2026

tackle: Ringraziamo ancora Salva Ferrer per essere qui con noi. Un caloroso benvenuto e un bentornato qui alla Spezia. Un applauso. Un ringraziamento va ovviamente anche allo Spezia Calcio Popolare e alla quinta sagra qui a Beverino per aver reso possibile tutto questo, portando un ospite d'onore come lui.

Salva Ferrer: È davvero bellissimo. Come ho già detto, per me è un onore essere qui e vi ringrazio per avermi invitato a questa meravigliosa festa. Vi faccio i complimenti perché non è facile creare un ambiente così bello dove tutti stanno bene. Sapete quanto mi manca La Spezia, quindi, come vedete, per me non è stato difficile tornare!

tackle: Partiamo considerando che oggi è stato anche presentato il settore giovanile e ci sono tanti ragazzi e ragazze che giocano a calcio. Ripercorriamo l'inizio della tua carriera, in modo che possa essere d'aiuto anche ai più piccoli. Com'era all'inizio conciliare il calcio con gli impegni scolastici e gli altri interessi? In un'intervista hai raccontato di aver avuto un grande sostegno da tuo padre e dalla tua famiglia. Com'è stato iniziare il tuo percorso calcistico?

Salva Ferrer: Intendi quando ero piccolissimo o nel settore giovanile, come i ragazzi che sono qua oggi? A casa mia mi hanno sempre detto che dovevo studiare, che era la cosa più importante. Infatti mi sono iscritto all'università a Infermieristica; non l'ho finita perché alla fine il calcio è andato bene, ma finché non ho avuto la certezza che potesse diventare un lavoro vero e proprio, non ho mai smesso di studiare e di frequentare l'università. Sicuramente mia mamma era quella che spingeva di più: mi diceva di studiare perché non si sa mai cosa può succedere nel calcio. Mio padre, invece, aveva un approccio più generale: mi diceva di dare il massimo in tutto ciò che facevo. Dovevo dare tutto nel calcio, ma lo stesso valeva per gli studi, per le amicizie, per essere un fratello e un figlio migliore. Non mi ha mai ossessionato con l'idea di dover arrivare al successo a tutti i costi, ma esigeva che avessi sempre un atteggiamento corretto.

tackle: Arriviamo ai tuoi 18 anni, un periodo in cui non eri ancora sicuro di voler intraprendere la carriera da professionista. Poi è arrivata la chiamata di un club della tua zona e hai capito che potevi iniziare a fare sul serio. Se non avessi fatto il calciatore, saresti diventato infermiere?

Salva Ferrer: In realtà, quello che mi sarebbe davvero piaciuto fare era il vigile del fuoco. Sono un po' legato allo Spezia anche per questo! Per farvi capire: a 18 anni giocavo in Terza Categoria spagnola. Da lì, in tre anni, sono passato alla Serie B spagnola, poi alla Serie B italiana, e a 22 anni ero in Serie A. Questo mi ha cambiato la vita, ma siccome fino a quell'età non potevo sapere cosa mi avrebbe riservato il futuro, ho sempre avuto un piano B.

tackle: Quindi, avere lo studio come piano B nel caso in cui il calcio non avesse funzionato è stato un insegnamento importante.

Salva Ferrer: Assolutamente sì. Secondo me, è proprio questo che dobbiamo dire ai bambini. È giusto che abbiano dei sogni. Se vogliono diventare cantanti, attori di Hollywood o realizzare qualsiasi altro sogno pazzesco, va bene, devono provarci. Ma devono anche capire che c'è la possibilità di non farcela, quindi devono costruirsi un futuro sicuro.

tackle: Ti mostriamo un'immagine di quando giocavi nel settore giovanile dell'Espanyol, affiancata a una foto di Dani Jarque. Era il capitano, purtroppo scomparso prematuramente a Coverciano, e indossava la maglia numero 21. Tu giocavi nell'Espanyol e avevi proprio il 21, lo stesso numero che hai poi scelto allo Spezia. Magari non tutti conoscono la sua storia: ci racconti chi era Dani Jarque e cosa ha significato per te indossare quel numero?

Salva Ferrer: Dani Jarque era il capitano dell'Espanyol; un ragazzo cresciuto a Barcellona che aveva fatto tutta la trafila nel club ed era arrivato in prima squadra, diventandone il capitano e raggiungendo la Nazionale spagnola. Quando è mancato io avevo circa 10 anni ed ero nelle giovanili dell'Espanyol. Più tardi, quando sono arrivato nel calcio professionistico, ho condiviso lo spogliatoio con alcuni suoi ex compagni di squadra, che mi hanno raccontato esattamente cosa fosse successo, facendomi capire ancora meglio la sua storia, che mi ha colpito tantissimo. Il fatto di portare il numero 21, che ho scelto originariamente perché sono nato il 21 gennaio, per me rappresentava una forza in più. Conosco benissimo il rispetto che i tifosi dell'Espanyol provano per quel numero: oggi lo fanno indossare solo a giocatori selezionati, cresciuti nel vivaio, che rappresentano i valori del club. Per me è stato un modo indiretto per difendere ed onorare la sua memoria.

tackle: Passiamo al tuo arrivo allo Spezia, dopo la stagione al Gimnàstic de Tarragona. C'erano diverse squadre interessate, ma tu, a soli 20 anni, decidi di venire qui. Com'è stato, sia a livello calcistico che umano, allontanarsi da casa e arrivare in Italia? Quali sono state le tue prime sensazioni alla Spezia?

Salva Ferrer: I primi pensieri sono stati duri, perché in quella stagione la squadra non era partita bene. Io non ero titolare, anche perché in Italia c'è l'abitudine di far fare un periodo di adattamento ai giovani stranieri. Nelle prime dieci partite ne abbiamo vinta forse una, ed eravamo in zona retrocessione. Ero venuto in Italia a cercare fortuna e mi ritrovavo a lottare per non finire in Serie C, senza nemmeno giocare! Era la prima volta che uscivo di casa, le cose andavano male e venivo già da una retrocessione in C col Tarragona. Pensavo letteralmente di portare sfortuna!

tackle: Invece poi c'è stata Pescara-Spezia, la partita che ha cambiato un po' la storia.

Salva Ferrer: Sì, dopo Pescara-Spezia ci sono state le vittorie col Chievo e col Frosinone. Forse la gente non gli dà la giusta importanza, ma siamo riusciti a pareggiare diverse partite giocando con un uomo in meno dal ventesimo minuto: mi ricordo le sfide col Venezia e col Cosenza. Quella compattezza ci ha dato grande fiducia. Noi difensori eravamo giovanissimi (Marchizza, Erlic, Capradossi, io e Scuffet), eppure eravamo la difesa meno battuta d'Europa! A febbraio ci siamo ritrovati secondi in classifica, passando dalla lotta per non retrocedere a giocarci la promozione diretta in Serie A.

tackle: Arriviamo alla finale di ritorno dei playoff contro il Frosinone. Hai raccontato un aneddoto molto onesto sul clamoroso salvataggio di Vignali su Ardemagni. Hai detto che eri stanchissimo, hai chiesto il cambio e che, se non fossi uscito, Ardemagni avrebbe segnato.

Salva Ferrer: Assolutamente. Se riguardi la partita, all'85° c'è un cross identico a quello che arriverà poi per Ardemagni: io salto, prendo la palla di testa, ma i miei polpacci mi dicono "basta". E proprio in quella posizione, la stessa in cui Vignali farà quel salvataggio, io chiedo il cambio. È stata la scelta più giusta della mia carriera, perché sono certo che fisicamente non sarei mai stato pronto a fare quel salvataggio in quel momento.

tackle: Ora facciamo un piccolo gioco divertente sugli attaccanti avversari che hai affrontato nelle tue tre stagioni di Serie A con lo Spezia. Li posizioneremo in quattro fasce in base alla loro forza. Partiamo con Ciro Immobile.

Salva Ferrer: Immobile in quegli anni alla Lazio era fortissimo. Potrei metterlo anche in seconda fascia, ma dico terza.

tackle: Dybala?

Salva Ferrer: Nelle stagioni in cui ci ho giocato contro non era al suo top assoluto, quindi terzo posto.

tackle: Lautaro Martinez?

Salva Ferrer: Secondo posto. Era un giocatore fortissimo, duro fisicamente e pazzesco con la palla.


tackle: Joao Pedro?

Salva Ferrer: Quarto posto.

tackle: Vlahovic?

Salva Ferrer: Terzo posto.


tackle: Arnautovic?

Salva Ferrer: Quarto posto.


tackle: Edin Dzeko?

Salva Ferrer: Quarto posto.


tackle: Romelu Lukaku?

Salva Ferrer: Secondo posto. Fortissimo. Dipendeva molto dalla partita, ma se decideva di farti male, ci riusciva senza problemi.


tackle: Cristiano Ronaldo?

Salva Ferrer: Primo posto. Non solo per il livello che tutti conosciamo, ma per l'aura che ha quando entra in campo. Ricordo la partita contro la Juve a Cesena: stavamo facendo una grandissima gara, poi è entrato lui e siamo rimasti tutti stupiti. Praticamente stavamo lì a guardare lui e non facevamo più caso ai movimenti di Morata o Chiesa. Il giocatore davvero forte è quello che riesce a isolarsi da queste cose, ma ammetto che vedere nel tunnel gente come Buffon, Chiellini, Bonucci, Dybala e Cristiano Ronaldo ti fa chiedere: "Oggi cosa dobbiamo fare?". Invece giocammo molto bene, e da quell'esperienza non ho più provato timore contro nessuno.


tackle: Avresti cambiato qualcosa?

Salva Ferrer: Magari, potendo cambiare, avrei invertito Immobile con Lukaku ma va bene cosi


tackle: Cambiamo argomento. Nel 2022 hai esordito con la Nazionale della Catalogna. Cosa significa per te vestire quella maglia?

Salva Ferrer: Significa tantissimo. Noi catalani abbiamo la nostra cultura, la nostra lingua e i nostri valori. Per noi poter giocare a calcio rappresentando la Catalogna è molto importante, anche se si tratta di una sola partita all'anno. È stato un bellissimo premio sia per me che per la mia famiglia.

tackle: Torniamo al tuo percorso nei club. Nel 2023 vai in prestito all'Anorthosis, a Cipro, per far riposare l'anca. Giochi, segni il tuo primo gol da professionista... e poi arriva la notizia. Ci racconti cosa è successo?

Salva Ferrer: La vita riserva sorprese inimmaginabili. Ero andato a Cipro per abbassare un po' il ritmo e far riposare l'anca. Poi, una mattina mi sono svegliato, ho trovato un linfonodo gonfio sul collo e ho scoperto di avere un linfoma. Inizialmente pensi alla sfortuna, ma poi realizzi che c'è gente che non ce l'ha fatta affrontando la stessa malattia. È un bagno di umiltà: capisci di essere stato fortunato a poterti curare. Le cure hanno peggiorato la situazione della mia anca, ma devi accettare ciò che la vita ti mette davanti e andare avanti.

tackle: Durante le terapie ti è mancato il calcio? Cosa ti è mancato di più della quotidianità?

Salva Ferrer: Mi è mancato avere il controllo della mia vita. Era una martellata ogni due settimane. La chemio ti faceva stare malissimo: ti faceva schifo l'acqua, il cibo; il tuo film preferito diventava bruttissimo e la tua canzone preferita insopportabile. Cadi in depressione. Eppure, ho imparato tantissimo. Ho imparato a gestire i miei sentimenti peggiori e a trovare forza quando sembrava impossibile. Oggi ripensarci mi fa sentire fragile, ma averlo superato mi dà una grandissima forza.

tackle: Cos'è che ti ha dato la forza di tornare in campo?

Salva Ferrer: Non ho mai preso in considerazione l'idea che fosse finita. Se mi fossi fermato a pensare al dolore che provavo all'anca, avrei capito subito di non poter più giocare. Mi sono convinto che fosse solo debolezza muscolare e ci ho messo tutto me stesso. La mia unica ossessione era tornare a giocare al Picco. Questo mi ha spinto oltre la logica, anche se l'anca era già rovinata dai farmaci della chemio.

tackle: E quel momento tanto sognato arriva il 14 maggio contro il Cosenza, accompagnato da una standing ovation. Cosa ha significato?

Salva Ferrer: Era una necessità. Lo sognavo ogni settimana: mi svegliavo in lacrime per la delusione di scoprire che era solo un sogno. Quando è successo davvero, ero solo concentrato sul non sbagliare! Ho realizzato di avercela fatta solo a partita finita, quando sono andato sotto la curva a ricevere l'abbraccio dei tifosi. In quel momento non sentivo nemmeno più il dolore all'anca.

tackle: Quest'anno sei entrato nella Hall of Fame dello Spezia. Per il tuo futuro ti vedi allenatore, in giacca e cravatta o in curva con una birra a tifare?

Salva Ferrer: In curva con la birra ci sarò di sicuro! Però mi vedo sicuramente più in campo che dietro una scrivania. Vorrei aiutare i ragazzi a migliorare. Durante la mia carriera ho osservato molto il lavoro degli analisti tattici e ho imparato tanto. Mi piacerebbe iniziare con un ruolo nello staff tecnico, a stretto contatto con i giocatori.

tackle: Ultimo gioco rapido sui difensori spagnoli. Chi scegli tra i due: Albiol o Vivian?

Salva Ferrer: Albiol.

tackle: Albiol o Inigo Martinez?

Salva Ferrer: Albiol.

tackle: Albiol o Laporte?

Salva Ferrer: Albiol. Sono di Barcellona anche se non sembra eh

tackle: Albiol o Marcos Alonso?

Salva Ferrer: Albiol. Mamma mia adesso Albiol sembra Maldini

tackle: Albiol o Pau Torres?

Salva Ferrer: Pau Torres.

tackle: Pau Torres o Cucurella?

Salva Ferrer: Cucurella, con lui ho anche giocato 3 anni all'Espanyol.

tackle: Cuccurella o Nacho Fernandez?

Salva Ferrer: Cucurella.

tackle: Cucurella o Alejandro Balde?

Salva Ferrer: Cucurella.

tackle: Cucurella o Dani Carvajal?

Salva Ferrer: Eh qui torniamo a Madrid, Carvajal.

tackle: Carvajal o Azipiluceta?

Salva Ferrer: Carvajal.

tackle: Carvajal o Le Normand?

Salva Ferrer: Carvajal.

tackle: Carvajal o Pau Cubarsi?

Salva Ferrer: Carvajal.

tackle: Carvajal o Eric Garcia?

Salva Ferrer: Eric è del mio paesino, gli voglio bene ma dico Carvajal.

tackle: Carvajal o Joan Capdevila?

Salva Ferrer: Carvajal. Non mi fate fare vincere uno di Madrid!.

tackle: Carvajal o Jordi Alba?

Salva Ferrer: Jordi Alba.

tackle: Jordi Alba o Pedro Porro?

Salva Ferrer: Eh mi sa che sda qui non passiamo piu, Puyol.

tackle: Puyol o Arbeloa?

Salva Ferrer: Puyol.

tackle: Puyol o PIque?

Salva Ferrer: Puyol.

tackle: Puyol o Hierro?

Salva Ferrer: Puyol.

tackle: Ultima: Puyol o Serio Ramos?

Salva Ferrer: Eh...no ti dico Puyol. È il mio idolo assoluto. Mio padre me lo prendeva sempre come esempio: mi diceva di guardare solo lui, perché giocava al 100% della concentrazione anche contro le squadre più scarse. C'erano Ronaldinho, Riquelme, Saviola ma mi diceva sempre guarda Puyol.

tackle: Chiudiamo con l'ultima domanda: qual è il tuo tackle, il tuo insegnamento di vita, soprattutto per i tanti ragazzi presenti oggi?

Salva Ferrer: Penso spesso alla mentalità che stiamo trasmettendo ai bambini. Oggi c'è l'ossessione di proteggere a tutti i costi la loro autostima, facendogli credere che siano sempre i migliori. Io non sono d'accordo. La cosa più importante da fargli capire non è che vincere o perdere sia fondamentale. Quello che conta è che diano tutto, assolutamente tutto, nella vita e nel calcio. Ma senza ossessionarsi, altrimenti non si godono la vita. Il mio consiglio per i genitori è: dite ai vostri bambini di dare tutto, ma ricordate loro che la priorità deve essere divertirsi ed essere felici.

tackle: Grazie di cuore a Salva Ferrer, un grande applauso!